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Viaggio al termine della notte - vent’anni dopo l’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl


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Nota delleditore
 

 “La fotografia non esiste per rappresentare, ma per ricordare”

Roland Barthes

 ViediMezzo ha sempre mirato a stimolare uno sguardo responsabile verso determinati problemi della società senza ricorrere a messaggi terroristici. In controtentenza rispetto agli addetti del settore, riteniamo che una comunicazione violenta e catastrofista terrorizzi l’individuo senza stimolarlo al necessario percorso di riflessione.

Le campagne di comunicazione sociale da noi promosse finora hanno sempre avuto l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica verso problemi di carattere e interesse collettivo partendo dalla modifica e dal cambiamento di atteggiamenti e comportamenti degli individui e dei gruppi sociali. La genesi di questa disciplina va rintracciata all’interno di una più ampia prassi operativa di carattere pedagogico-informativo che si pone l’obiettivo principale di sensibilizzare il pubblico rispetto ad un determinato problema al fine di trovare modalità per agire su di esso e migliorarlo o sensibilizzare la collettività rispetto agli effetti dannosi di determinati comportamenti.

La comunicazione sociale sembra svolgere, dunque, una funzione importante a favore della coesione sociale: supera la concezione dell’individuo isolato e attenua differenze e barriere, in nome di un’esperienza simbolica comune; offre altresì la possibilità di scgliere la formula di partecipazione solidale più adatta alle proprie inclinazioni e desiderio di coinvolgimento.

Fino all’uscita del volume “Viaggio al termine della notte - vent’anni dopo l’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl” Viedimezzo si è cimentata con l’affascinante strumento della Comunicazione Sociale solo tramite suggestioni audio-video (campagne di comunicazione in microformato destinate alla TV, Internet, pubbliche visioni): per la prima volta nel 2006 abbiamo ritenuto doveroso promuovere un progetto editoriale.

Il lavoro è finalizzato a evidenziare le problematiche che, nonostante i venti anni trascorsi, continuano ad affliggere le popolazioni maggiormente colpite dalla fuoriuscita di sostanze radioattive avvenuta in seguito al disastro nucleare di Chernobyl il 26 aprile 1986. La nube tossica si è a poco a poco dissolta e con essa anche l’attenzione da parte dell’opinione pubblica, della stampa e della televisione che all’epoca tante parole avevano speso nel bene e nel male, schierandosi da una parte e dall’altra a parlare di atomo, pacifico, buono o cattivo, portando avanti campagne pro o contro il nucleare.

Si è scelto di affrontare tale ricerca dopo essere venuti a conoscenza di come le conseguenze del disastro continuino incessantemente a devastare la popolazione in generale e i bambini in particolare: l’informazione in Italia, così come nel resto del mondo, è scarsa e prerogativa di coloro che si occupano direttamente del problema; sono soprattutto le nuove generazioni a ignorare l’entità e le proporzioni del disastro.

La ricerca sul campo si è svolta in Ucraina, a Kiev e in prossimità della centrale nucleare esplosa nell’86 per documentarne l’attuale condizione e pericolosità; in Bielorussia dove è stato possibile visitare internati, carceri minorile, case-nido e ospedali, tra cui il Centro Oncologico Pediatrico di Minsk.

Il viaggio ha permesso la raccolta di testimonianze dirette di coloro che il disastro l’hanno subito sia direttamente (la popolazione) sia indirettamente (gli operatori delle associazioni umanitarie).

Il lavoro, dunque, si è sviluppato come una vera e propria ricerca socio-antropologica durante la quale, allo studio, alla documentazione dei contenuti e alle interviste senza regia, si è affiancato l’utilizzo di un’impassibile macchina fotografica. La fotografia è stata così strumento di indagine e di conoscenza, di partecipazione di esperienze e di scambio culturale, assumendo un ruolo di co-protagonista nella raccolta dei dati, nella loro rielaborazione e, soprattutto, nell’interpretazione della realtà osservata.

Per abbattere le spese di distribuzione si è scelto di vendere il volume attraverso una mostra fotografica itinerante che girerà, a partire dalla seconda metà di giugno, un po’ tutta Italia. Scelta che ci permetterà, rinunciando a circa un terzo delle eventuali entrate, di destinare tale somma all’acquisto di materiale sanitario essenziale al Centro Oncologico Pediatrico “Borouliany” di Minsk.

Avv. Gabriele Magno

Il libro

Si tratta innanzitutto di un’ampia raccolta fotografica realizzata nei luoghi del disastro di Chernobyl vent’anni dopo lo scoppio del reattore nucleare numero quattro. Nel lavoro non spiccano immagini cruente come quelle documentate per primo da Igor Kostin a ridosso della sciagura di Chernobyl; Carlo Spera affida ai simboli il compito di scatenare emozioni, nasconde invece di palesare. La sua denuncia si concretizza nell’affiancamento di elementi apparentemente inaccostabili, ogni scatto innesca nell’osservatore l’esigenza di approdare a un significato che vada oltre l’immagine. La fotografia si eleva a metodo scientifico di approfondimento antropologico e sociologico: l’immagine svolge un ruolo di co-protagonista nella ricerca dei dati, nella rielaborazione degli stessi e soprattutto nell’interpretazione della realtà osservata. Di pari passo con l’itinerario fotografico si articola il diario dell’autore attraverso i suoi spostamenti nelle zone contaminate, da Chernobyl al sud della Bielorussia. Una parentesi narrativa condensata in due giorni, la lenta metamorfosi stilistica dell’autore che progressivamente abbandona la prima persona per confondersi con chi convive da vent’anni con la nube radioattiva. Il volume propone inoltre numerose interviste realizzate in loco che hanno interessato personale ospedaliero, genitori di bimbi affetti da tumori, associazioni di operatori legati alla tragedia di Chernobyl, militari operativi nella zona contaminata, abitanti del luogo etc.

La mostra

La mostra consta di quaranta fotografie in bianco e nero, in formato 50x70, montate su pannelli in materiale ignifugo da un centimetro di spessore.

L’autore

Carlo Spera vive e lavora a Lanciano dove è nato nel 1976. Nel 2001 si è diplomato in “Tecniche della narrazione” alla Scuola Holden di Torino fondata da Alessandro Baricco. Da allora, alterna al lavoro di scrittore-fotografo quello di insegnante, organizzando corsi di cinema, narratologia e fotografia sociale nelle scuole. È stato ideatore del “Primo Controcorso di cinema e Narratologia” presso l’Università Popolare di Roma; ha collaborato con La Stampa, La Repubblica, Il Secolo xix, Il Centro, D’Abruzzo e Virus. Il suo primo reportage fotografico, “R-Esistenza”, è stato pubblicato su www.virgilio.it e trasmesso nel corso del programma televisivo “Chernobyl, venti anni dopo” di Paolo Galimberti. Per Radio Rai ha scritto il radiodramma “Una questione di spazio” trasmesso in diretta radiofonica dal Teatro Gobetti di Torino per la regia di Sergio Ferrentino.